Antonio Autiero – “Humanae Vitae cinquant’anni dopo. Il senso di un anniversario”

Antonio Autiero

“Humanae Vitae cinquant’anni dopo. Il senso di un anniversario”


Concilium 2018-4. Kirche der Zukunft
Concilium 2018-4. The Church of the Future
Concilium 2018-4. La Iglesia del futuro
Concilium 2018-4. L’Église du futur
Concilium 2018-4. La Chiesa del futuro
Concilium 2018-4. A Igreja do Futuro

Thierry-Marie Courau OP, Stefanie Knauss et Enrico Galavotti

Introduzione

L’avvicinarsi dei 50 anni dell’enciclica Humanae Vitae (Paolo VI, 25 luglio 1968) va suscitando una serie di iniziative e mettendo in campo un lavorio di discussione, talvolta anche controverse. La ricorrenza viene presa da diverse parti come occasione per finalità del tutto contrastanti. C’è chi esprime il desiderio di ribadire la dottrina espressa in quella enciclica nel rifiuto della liceità morale del ricorso alla contraccezione. C’è chi opterebbe per una ‘riscrittura’ dell’enciclica, alla luce di sviluppi dottrinali e pastorali più recenti. Non manca chi vedrebbe come atteggiamento adeguato quello di uno spostamento di enfasi nella morale coniugale e sessuale, non fissandosi più cosi acutamente sul problema specifico della contraccezione.

La varietà delle posizioni fa trasparire in realtà una diversità di opzioni, relativamente a un più ampio scenario teologico ed ecclesiale che per alcuni deve essere condotto all’intreccio tra testo dell’enciclica e contesto dell’insegnamento del Concilio Vaticano II. In alcune frange, al contrario, esso mira addirittura a prendere la ricorrenza dei 50 anni dell’Humanae Vitae (HV) come occasione per ‘fare i conti’ con l’attuale leadership nella chiesa, in un giudizio sommario sul pontificato di Francesco e sugli orientamenti di episcopati e teologi ad esso più vicini.

Non si può non vedere la tentazione e il tentativo di un uso ‘politico’ dell’anniversario dell’enciclica, come se essa, nella materialità del suo dettato dottrinale debba essere considerata come criterio di valutazione di verità e di giudizio di ortodossia dei credenti, pastori, teologi o semplici fedeli. Se questo può sembrare una aspirazione acuita negli ultimi anni, in realtà va riconosciuto che proprio questa focalizzazione sull’adesione all’HV sia stato il criterio di giudizio nei decenni scorsi (soprattutto negli anni ’70–’95). La genesi di un certo fondamentalismo etico, emergente nella chiesa cattolica proprio in quell’epoca, non potrebbe essere compresa senza individuare nelle questioni di etica sessuale (e della contraccezione, in particolare) un ambito specifico di attenzione, anche da parte delle istituzioni di verifica e di controllo, sulla attendibilità di singole persone o di gruppi, relativamente alle loro posizioni teologiche e etiche. Per esemplificare tutto questo ci si può riferire alla cosiddetta “Kölner Erklärung” (1989) e più tardi al Momorandum “Kirche 2011 – ein notwendiger Aufbruch”. Sebbene ambedue sorti in ambiente teologico-ecclesiale di lingua tedesca, essi hanno avuto una rilevanza ben più al di là e hanno generato un atteggiamento aperto, consapevole della complessità dei problemi e del bisogno di riforma.

In questa nota noi intendiamo proporre uno spunto di riflessione da sviluppare ulteriormente, preferendo a un uso politico della ricorrenza, un uso più apertamente ‘ermeneutico’ di essa. Vogliamo, cioè, indicare due percorsi su cui orientarsi, per cogliere l’importanza del carattere dinamico di un insegnamento morale in movimento. In realtà questo atteggiamento, con sfumature ed intensità diverse, riguarda ogni impianto dottrinale e mette in guardia dal rischio di fossilizzarlo o dalla tentazione di usarlo per scopi indebiti; nell’uno o nell’altro caso, in definitiva, per tradirlo.

Ri-contestualizzare la genesi di HV

In questi ultimi 50 anni di prassi di vita cristiana e di lavoro di riflessione teologica sono emersi luoghi di ricognizione dell’impianto etico, sul cui sviluppo oggi nessuno più potrebbe chiudere gli occhi. Due di questi vanno esplicitamente menzionati. Il primo riguarda il concetto di natura, su cui massimamente HV centra la sua cadenza argomentativa. Il secondo, evidentemente connesso al primo, tocca l’orizzonte di senso e di funzioni della sessualità umana.

All’epoca della scrittura di HV diversi motivi portarono ad adottare un concetto di natura fortemente condizionato dalla sua indole biologica (biologistica). Sebbene non mancassero anche all’epoca approcci aperti, con valenze antropologiche più marcate, nondimeno HV sviluppò una lettura etico-normativa legata all’approccio deontologico, dove giocava un ruolo decisivo il criterio della conformità alla natura, intesa come insieme di intenzionalità e di strutture vincolanti, iscritte nella costituzione dell’essere umano, espressa nelle sue funzioni biologiche. Su questa scia anche la sessualità veniva colta massimamente in rapporto alla sua funzione procreativa, senza evidentemente negare la presenza di altre dimensioni, quali quella affettiva, quella relazionale, quella sociale, ma senza assumere una visione di unitarietà dinamica e differenziata che porta a cogliere lo specifico umano nella sessualità della persona.

Ora la consapevolezza dell’intreccio di questa duplice ottica non può essere messa da parte, quando si va a considerare l’origine di HV. Oltre tutto a questa consapevolezza dei limiti enunciati hanno portato in modo sinergetico sia l’azione di magistero dei pastori (si pensi alla teologia del corpo di Giovani Paolo II, per es,.), sia l’impegno di riflessione e di sviluppo della teologia. Determinante – e non più revocabile – è l’apporto delle scienze umane in senso esteso e in particolare dell’antropologia filosofica e teologica, delle scienze biologiche e comportamentali.

Di più: a un concetto di natura biologicamente cristallizzato e chiuso nella stretta di uno sguardo essenzialistico-individuale, si è andato accostando negli stessi decenni, che compongono questi 50 anni di HV, un concetto di natura che recupera la dimensione ecologica di essa, riferita sulla scala sia del macro-cosmo (l’universo e la sua sopravvivenza), sia del micro-cosmo (l’organismo e il suo benessere). Ora proprio questa ottica ampliata fa capire da una diversa prospettiva l’importanza del rispetto della sfera naturale e l’urgenza di non esporre la corporeità a impatti manipolativi che possono alterarne l’equilibrio. Non è detto, quindi, che il rifiuto di ricorrere a prassi contraccettiva di tipo chimico (pillola) debba passare attraverso l’impianto stretto e problematico dell’argomentazione deontologico-essenzialistica. Assumersi la responsabilità della propria sfera corporea, sviluppare una vera e propria ecologia del corpo può avere in sé elementi utili, produttivi, vincolanti per orientare la scelta operativa, rispetto al problema posto. Ma questo rimanda alla dinamica della scelta responsabile, dove al centro si pone ancora e inevitabilmente la persona e la sua visione di vita.

E sul fronte della sessualità è di irrevocabile importanza la consapevolezza delle de-centralità dell’atto sessuale, a favore della dinamica relazionale, di cui la sessualità di coppia diventa luogo e linguaggio. Ora noi dobbiamo essere riconoscenti proprio alla cultura sviluppata dalle donne, in questi stessi decenni dell’HV. Essa ci ha resi sensibili al rischio di manipolazione del corpo femminile a vantaggio dell’accaparramento e del dominio maschile. Una non equilibrata liberalizzazione della scelta di contraccezione farmacologica non esclude il rischio della dominanza maschile, di cui il corpo delle donne paga il conto. Un conto che, per altro, però, viene richiesto alle donne, anche attraverso il rifiuto categorico della contraccezione, ritardando i processi di educazione sessuale come educazione del soggetto alla responsabilità. Si può ben capire, quindi, che anche attraverso questa cultura emergente dalle storie di donne e della loro coscientizzazione, il concetto di natura acquista una dimensione più spiccatamente relazionale e lo sguardo sulla sessualità si apre a una intensificazione di valenze umanizzanti, critiche rispetto a poteri dominanti e cariche di energia di emancipazione.

Coscienza, verità e storia

Una seconda pista di riflessione allarga, ma non distoglie, l’arco di considerazione. Proprio nelle più recenti discussione sull’anniversario di HV, ricorre spesso la controversia tra chi si riferisce all’esperienza sincera di coniugi credenti che hanno vissuto o vivono il conflitto tra coscienza e norma contenuta nell’enciclica. Per questi attenti lettori e sensibili pastori, la considerazione della storia di vita di tanti credenti è una fonte di conoscenza sulla verità della norma stessa che non può essere disattesa. Il fronte opposto si accanisce nel rimproverare costoro, affermando la verità ‘oggettiva’ della norma, in quanto contenuto di un pronunciamento magisteriale. La somma del disagio, seppur stimabile, non scalfisce, dicono, la verità morale della norma.

L’impianto di questa controversia fa capire la necessità di riflettere su due cose. La prima: tra cosiddetto ‘ordine oggettivo’ della norma e presunta ‘deriva soggettiva’ del singolo e della sua coscienza va considerata una categoria che declina ugualmente il tema della verità in ambito morale. Essa è la ‘verità della vita’ (Veritas vitae è un termine antico che risale a papa Adriano VI, sec. XVI). Chi riduce il vissuto a mera fatticità, non correlata alla sua capacità espressiva di quella autenticità morale che emerge dalla storia vissuta e dall’esperienza riflessa dei credenti, deve porsi la questione del senso della verità morale, senza confonderla con la verità di fede o, più in generale, con la verità teoretica. La confusione dei due piani rivela ancora una volta la matrice essenzialistica dell’impianto e porta a esigere dalle verità pratiche la stessa dinamica di genesi e di validazione delle verità speculative. Appiattire sullo stesso metro di misura ragion pratica e ragione teoretica non ignora soltanto un’istanza qualificante dello spirito della modernità (Kant), ma prende le distanze da un tracciato di tradizione cristiana espressa nella visione scolastico-medievale di Tommaso d’Aquino.

La seconda cosa da considerare riguarda il significato profondo, creativo e rigenerante del sensus fidelium. Nel sapere intorno a cose di fede e di morale, la comunità dei credenti, in tutte le sue articolazioni, vive di un istinto di comprensione e di ricognizione che non isola l’uno dall’altro, non produce formazione di fronti contrastanti e non si affida a logiche di potere e di dominio. Il sensus fidelium stima l’esperienza che autenticamente viene fatta e viene messa in circolazione. Essa trova espressioni talvolta più articolate e sonori, talvolta, invece, si lascia captare con i toni sommessi di chi soffre per il conflitto e neppure riesce a denominarlo.

Non è la somma quantitativa, demoscopica delle opinioni, ma la volontà di ascoltare quella verità che emerge dalla vita vissuta a farci capire non solo l’opportunità, ma anche il dovere di comprendere diversamente un insegnamento del passato. Diversamente significa anche andando oltre! E questo potrebbe essere il senso di un anniversario. Ma soprattutto è fedeltà alla tradizione che ci rende vivi.

Author

Professor emeritus, University of Münster (Germany), where he taught Moral Theology from 1991–2013. He received his doctoral degree in moral theology from the Accademia Alfonsiana (Rome) and was a fellow of the Foundation Alexander von Humboldt at the University of Bonn. Between 1997-2011, he directed the Center for Religious Studies of Trento (Italy). He authored or edited numerous books and articles on fundamental moral theology, theories of moral subject and in the field of applied ethics. Autiero is a member of German Academy of Ethics in Medicine, of the StemCell Research governmental commission in Berlin and of the Planning Committee of Catholic Theological Ethics in the World Church.

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Antonio Autiero
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